Cap. 12 “Il bene e l’arrivo del male”
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Finita la festa Safaa abbracciò Soraya e le chiese se voleva andare con lei e Nafis a raggiungere Quercia per vedere come stava. Dopo calorosi saluti con i presenti, tutti in uno stato di totale estasi, che via via iniziavano ad incamminarsi verso i rispettivi luoghi di riposo, anche per Safaa, Soraya e Nafis arrivò il momento di andare.
Ultimato il giro delle mura con passi lenti e massima percezione dell’energia presente in quella notte, mentre la luna ormai bassa creava sagome incredibili: ombre lunghe degli ulivi che accarezzavano la valle che aggiungevano un senso di misticismo a quel momento, in un clima surreale avvolto da un silenzio musicale che teneva alto il loro livello di umore e di stupore. Arrivarono al punto di partenza, alla magica piazzetta dove Safaa aveva lasciato Quercia insieme al simpatico ometto con i grandi baffi e gli occhietti che parlavano da soli; si trovava sempre lì accanto alla cavalla, seduto sulla solita pietra con la testa ripiegata su sé stesso che pisolava.
Non appena i tre ragazzi furono a pochi metri, lui iniziò a percepire i loro pensieri, le loro vibrazioni, e si scosse, spalancando gli occhietti luminosi.
Safaa vide Quercia ferma che pisolava anche lei tranquilla, ma appena le si avvicinò, aprì gli occhi e le andò incontro con decisione. Le era mancata e ora voleva correre, aveva voglia di stare insieme a Safaa. Non appena furono vicine, la accarezzò poggiando la guancia sul suo collo scuro e delicato come un tappeto, poi le accarezzò la schiena e la abbracciò con entrambe le braccia.
Saltò con un balzo col suo esile corpo sopra la schiena della sua amica e senza briglie partirono al galoppo lungo le mura della città antica, lasciando Nafis a guardarle con il sopracciglio alzato, come tutte le volte che qualcosa non gli tornava. Safaa e Quercia sparirono in poche manciate di secondi, corsero insieme con una potenza nei muscoli e nei volti che lasciarono esterrefatti gli ultimi impavidi presenti, rimasti ancora lì seduti in cerchio a continuare a sognare insieme. Nafis le seguiva con gli occhi spalancati dall’ammirazione per quella possente cavalcata, con i capelli di Safaa che sembravano lasciare una scia, mentre il suo volto era proteso in avanti a tagliare in due quella notte luminosa. Intanto iniziava ad albeggiare e un leggero sorriso di approvazione si notava in lui di fronte al forte sfogo di libertà espresso dall’immagine di lei e della sua amica che correvano lontano col rumore degli zoccoli a scolpire tutta la vallata e quei ricchi momenti, di una notte ormai profonda, illuminata da timidi colori sull’arancione che spuntavano in lontananza.
Guardarle correre dava a Nafis un grande senso di pace, al culmine di una serata che aveva rappresentato un viaggio, con la meta ormai lì davanti a lui; provò un forte senso di libertà e di amore che lo fece sentire per la prima volta a casa. Non pensava più a niente, solo a quei possenti e veloci passi di Quercia insieme a Safaa, ora lontane dalla cittadella in direzione del bosco. Passò del tempo che sembrò eterno. Si stava quasi appisolando quando dalla direzione opposta Nafis iniziò a udire piano, in lontananza, come un rullio di tamburi, gli zoccoli di Quercia, fino ad intravedere la sua figura e quella di Safaa che spuntarono come un raggio tra i primi raggi di un’aurora radiosa. Safaa arrivò velocemente, cavalcando come spinta dalla forza del sole che albeggiava dietro di lei, e si fermò lì vicino a loro; scese con un salto e con il volto luminoso disse a Nafis e Soraya, che stava rannicchiata su sé stessa con gli occhi socchiusi: “Ora venite con me”.
Si incamminarono insieme lungo una piccola strada bianca che correva in discesa verso una piazza con una grande statua bianca raffigurante un angelo, i loro volti erano distesi e curiosi, le luci e le ombre erano cambiate; ora era tutto un altro mondo, percepivano i luoghi vissuti quella notte in tutt’altro modo; la città aveva un nuovo volto, disteso, rilassato e dolce; le sue strade vuote pulsavano delle energie della notte precedente, a stendere un tappeto a quelle nuove, a racchiudere ogni esperienza come avveniva dalla notte dei tempi, in quell’antica e mistica cittadina.
Ogni loro passo su quelle stradine di pietra era un saltello in punta di piedi, camminavano come senza una meta e i loro occhi andavano qua e là, senza però prestare attenzione a cosa c’era intorno a loro, ascoltavano e sentivano tutto ciò che quel luogo trasmetteva, ne erano cullati; sentivano il loro cuore vivo, l’anima viva, sentivano il sangue che scorreva, il battito del cuore che dettava il passo, sentivano le emozioni della serata trascorsa, dove la vita aveva raggiunto la massima espressione di creatività e di amore. Nient’altro in quel momento aveva più un senso, nessun pensiero dettava le regole; le cose della loro esistenza si erano fuse in quella notte quasi meditativa e l’amore le aveva spazzate via: una vigile spontaneità mossa d’amore, davanti a quell’ambiente dai colori mutevoli, prevaleva su ogni altro pensiero.
Ad un certo punto mentre camminava dietro alle ragazze, lo sguardo di Nafis, perso verso le ultime stelle che stavano scomparendo, si incrociò con quello di un uomo che di primo acchito gli era parso di conoscere. Era un uomo alto dall’espressione timida e vissuta, indossava una vecchia mantella. Nafis lo salutò: “Buongiorno”.
L’uomo rispose con gli occhi bassi facendo un piccolo cenno con la testa. E Nafis gli domandò: “Eri qua stanotte?”, avvicinandosi a lui. L’uomo timidamente rispose: “Si, io sono Luis”.
E mentre diceva questo nome fece dei passi indietro. Nafis si avvicinò a lui con gli occhi luminosi e il volto rilassato; aveva con sé una potente energia positiva, di pace e amore, talvolta inquietante per qualcuno, come per quell’uomo, che indietreggiava ancora. Nafis comprese che l’uomo aveva paura di lui e pensò fra sé e sé:
“Quest’uomo mi teme perché è il male. Certo è lui, è Luis Cifer, non poteva mancare in una serata piena d’amore. Era qui per cercare di capire, per mettere il suo zampino maligno, ma non è riuscito a fare o a provocare niente; è stato troppo coinvolto anche lui dall’energia positiva della nottata trascorsa, che lo ha in qualche modo annullato”.
Quindi si voltò e vedendo Safaa e Soraya che si stavano allontanando, si disinteressò all’uomo e si incamminò verso di loro, lasciandolo lì a testa bassa. Furono attimi lunghissimi e di tensione per quell’uomo che non sapeva più qual era la sua funzione nel mondo. Non sapeva cosa avrebbe dovuto e potuto dire in un dialogo con persone forti come loro, ragazzi che parlavano una lingua a lui oscura, fatta di energia e vigoria. Quell’uomo non la conosceva e si era sentito, quella sera, estremamente povero. Sì, era Luis Cifer, e provava dolore e invidia per una cosa che non aveva mai voluto conoscere e che forse adesso per suo ardire aveva intravisto dall’esterno, una grande ricchezza. Ma gli provocava rabbia, rabbia e tristezza per aver ignorato e disdegnato per tanto tempo quella lingua. Nafis, era del tutto incurante di quella presenza inquietante ma vuota, per lui del tutto innocua.
Dal canto suo sentiva solo il bisogno di raggiungere Safaa con la sua potenza interiore che indicava la strada, e mentre si incamminava verso di lei con passo spedito, pensò: “Lui è Lucifero e io l’ho smascherato con un semplice sguardo; non è riuscito a mentire e a non dirmi il suo nome, a mascherarsi dietro la parvenza di un brav’uomo ben vestito, quale sembrava essere all’inizio, non è riuscito a rimanere nell’ombra. Strana la sua presenza di stasera, e come abbia pronunziato subito il suo nome inquietante, ma con occhi timidi, impauriti, e dai quali trapelava rabbia, quasi esprimeva timore; sembrava volesse fuggire da me. Non c’è stato dialogo, non avevo interesse per lui ed è stato meglio così. Io non ho tempo per lui”.
Allontanandosi ancora di più dall’uomo, concluse tra sé e sé: “Non voglio mai avere a che fare con persone come lui, ce ne sono tante, e vanno lasciate dove stanno, senza accettare le loro lusinghe che sono solo un grave pericolo. Ma si possono vincere grazie alla piena consapevolezza di ciò che è il male, in tutte le forme con cui questo si presenta, mantenendo sempre la calma e l’energia alta, distinguendo quello che è veramente pericoloso, per abbatterlo con facilità e leggerezza, rispetto a quello che è immaginario e foriero di inutili paranoie”.
Il loro cammino si perse in un’aurora ormai piena e brillante, che imponeva a tutti loro il suo magico momento, in un breve passaggio meditativo. Arrivarono in cima ad una collina di fronte all’antica città, e poterono assistere al passaggio stupendo che segna il confine tra l’aurora e l’alba, abbracciando il suo arrivo, finalmente sdraiati nel loro sacco a pelo. E allora Safaa disse a Nafis: “Ho sentito il tuo dialogo, ho sentito i tuoi pensieri”, mentre gli occhi dei due si socchiudevano piano.
Nafis sapeva che lei sapeva, e aveva capito con certezza dove Safaa l’aveva voluto portare alla fine di quella notte: nella consapevolezza. Quella notte, con quel finale, aveva avuto un significato totalizzante per quei compagni di viaggio. E si addormentarono al canto dei primi uccellini.
A breve la pubblicazione del cap. n. 13 "L ’impegno"
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La Ragazza che abbandonò il Destino
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