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La festa medievale e l’amicizia
Le domande che Nafis rivolgeva a Safaa rimanevano sempre senza risposta, forse perché da lui Safaa si attendeva solo risposte, e così succedeva anche per le domande più banali; la verità è che lei non rispondeva mai né a Nafis né a nessun altro.
Il mattino arrivò d’improvviso, Safaa e Nafis erano troppo stanchi dopo quei primi giorni di incessante cammino, e la notte era passata in un batter d’occhio lasciando velocemente il suo posto all’alba, quando d’improvviso Safaa spalancò gli occhi.
La notte era affondata nell’oro del mattino, intorno tutto giallo, i primi raggi di sole, il fieno ovunque; il suo odore dolce e forte la cullava mentre stirandosi cercava di leggere i suoi fugaci sogni che stavano svanendo.
I suoi sogni erano sfuggenti e lei non voleva che sparissero così, semplicemente, velocemente; cercava di concentrarsi, nonostante la pungente realtà della natura circostante che troppo presto la pungolava, per strapparla al sonno e ai sogni.
Quell’alba profumata, fresca e pungente la trascinava con impeto nella vita da vivere, bella o brutta che fosse, senza alternativa. Ma i suoi sogni erano troppo importanti per lasciarli andare, tornando di corsa a dover vivere. Si stirava, strizzava gli occhi e si rintanava nella coperta, per tardare di qualche minuto l’arrivo inesorabile del giorno, cercava di ricordare i suoi sogni, di scrutare la propria mente, ma niente da fare, la natura e la vita che la richiamavano erano troppo forti; quindi sconsolata e sconfitta riaprì definitivamente gli occhi in quel mattino presto e scosse Nafis sulla spalla, urlando e storpiando il suo nome: “Nafisss… svegliaaa…Nafiii”.
Lui non si svegliava, e di colpo, quando ormai pensava di averlo perso, la sua mente osservando l’infinito panorama che prendeva colore, riagguantò il sogno fatto, come sempre sfuggente, ora lo vedeva e lo ripercorreva tutto: vide la sua cara amica Nadine, da poco tempo malata di un brutto male e bisognosa di pesanti terapie, la quale le sorrideva con i suoi occhi dolci, le parlava di un’amicizia che era solo amore, le estati passate insieme lontano, ospiti da amici in una città medievale; vacanze che erano state il prologo della loro empatica formazione caratteriale e della loro vita, basata proprio sull’amicizia e sull’amore, motivo di grandi risate insieme, di spensieratezza, e anche salvagente di fronte alle cadute; i loro valori si erano formati e cristallizzati nel tempo come tesoro nascosto e da proteggere della vita. Nel sogno vi era una nuova avventura come quelle che avevano vissuto insieme, ma quella, Safaa non riusciva proprio a ricordarla; tuttavia riemergeva il dolce viso dell’amica che le sorrideva con gli occhi lucidi, colmi di lacrime ferme, poggiava la sua tempia sulla sua spalla, e le diceva di svegliarsi, di passare di nuovo un po’ di tempo insieme, riscoprendo la vita a venire, ma solo dopo il suo viaggio, il suo cammino, le sue scoperte da dover fare. Solo dopo aver scoperto il nuovo corso delle cose, il nuovo mondo, Nadine le chiedeva poi di tornare a raccontarle del viaggio, e così aiutarla a vivere, grazie alle sue parole, al confronto sulle sue avventure, e a grandi risate su aneddoti decifrabili solo da loro due; le chiedeva di tornare per tenerla ancora un po’ abbracciata a sé, con la voglia di vivere sempre in mano e con l’amicizia che fermava il tempo, come quando scoprì la malattia, e Safaa fu subito presente. Le emozioni che Nadine chiedeva di raccontarle dopo il viaggio erano l’elemento vitale unico che voleva sentir raccontare, elemento che ora lei toccava con mano guardando il cielo e pensando ai suoi cari; emozioni che erano schegge di energia, elemento reale che univa cuori lontani, in altre dimensioni. Questo era il sogno, il messaggio di Nadine metteva in luce l’amicizia, l’unione per sempre con lei, che Safaa avrebbe potuto sentire in ogni momento, sempre, nei momenti più bui del cammino intrapreso in una parola: il messaggio sottolineava la voglia di vivere.
Safaa si scosse, era contenta, anche se non capiva bene che cosa volesse dirle Nadine con “la scoperta del nuovo mondo”; era però sicura che il succo del messaggio era proprio racchiuso in quelle poche parole, era un messaggio profetico, un invito a seguire il proprio istinto, se ve ne fosse stata l’opportunità, e a cammina- re lontano, verso nuovi confini anche in capo al mondo. Di nuovo Safaa urlò: “Nafisss”. Lui, semi sconvolto dall’improvvisa sveglia piombata sul suo profondo sonno, non sapendo più neanche chi fosse e dove fosse, disse con improvvisa veemenza: “Si sono qua! Che c’è? Sono pronto!”.
Era una grande bugia, ma Safaa non considerava le bugie di un amico. Le bugie di un amico erano dette solo in modo benevolo, quindi sorrideva di fronte a queste, specie in quella bizzarra scena che la piegò letteralmente in due.
Sistemate le loro cose e sciacquatisi il viso alla fonte lì vicina, raggiunta a passo svelto e con le gambe ancora rigide, quasi impietrite, che parevano palazzi per come erano ancora dolenti e stanche dal cammino dei giorni precedenti, andarono dai contadini del casale vicino per chiedere se potevano lasciare Quercia nella stalla.
Questi rimasero sorpresi dai due giovani vestiti in modo inusuale con abiti d’altri tempi, di lana, capelli di lui ricci e spettinati, capelli di lei lunghissimi e lisci, occhi luminosi. Quasi quasi, in confronto, la coppia di contadini sembrava una moderna coppia di città, e allora offrirono loro del succo della loro frutta.
Passarono insieme mezz’ora e quella coppia di anziani e magrissimi contadini chiesero loro cosa stavano facendo da quelle parti. Safaa rispose: “Noi non siamo forestieri, altrimenti non saremmo qua”.
I due contadini rimasero un attimo allibiti, fino a quando Safaa non disse:
“Siamo venuti qua per vivere del tempo con voi, per capire e per imparare”.
L’uomo rimase in silenzio qualche attimo, poi disse loro:
“Anche io alla vostra età andavo molto in giro, una volta fui ospitato da un amico nobile, che conobbi sotto militare, nella sua magnifica tenuta verde, al nord della regione, stavamo insieme in totale amicizia, certo superiore a quella di un fratello. Siamo rimasti amici nonostante la differenza di ceto sociale; lui è più che un fratello per me e mi ha insegnato l’amore per la bellezza della natura. Io che lavoravo la terra con le mani e credevo che fosse fonte di dolore, e una cosa scontata; mi ha insegnato anche la passione per le cose di qualità e per le parole belle. Quei ricordi, dopo tanti anni, ancora oggi, mi rendono piacevole lo scorrere del tempo”.
Safaa disse:
“Cos’è la vita senza pensieri, senza ricordi, senza amicizia? La vita è fatta di pensieri e sentimenti, non di materialismo, puro buco nero dell’essere umano, il vuoto in questi tempi totale”.
Annuirono e sorrisero tutti insieme, incrociando per un attimo i loro occhi profondi e luminosi, poi il contadino offrì loro dei cereali, un tè coltivato da lui stesso, e gli disse che quel pomeriggio in paese sarebbe iniziata una grande festa medievale che si ripeteva ogni anno per quindici giorni.
Era la festa di San Venanzio.
Safaa aveva un progetto in testa da tempo, quello di smettere di espiare le proprie colpe e lasciarsi andare alla vita, da essere libero, per guadagnarsela, la vita, godendo di essa, con le persone che sapevano fare altrettanto, senza danneggiare nessuno e vivendo intensamente, ricercando le energie essenziali, non per sopravvivere, in totale comunione spirituale con gli altri e con l’ambiente. Così, adesso, grazie al sogno di Nadine, aveva compreso che era giunta l’ora; aveva messo a frutto tutte le sue maestrie e conoscenze, inclusa la sua arte musicale, per varcare il ponte della sua vita e raggiungere le sue mete.
Disse a Nafis:
“Via, è ora di salire su al paese!”.
Chiesero ai contadini di poter lasciare Quercia nel recinto fuori dalla stalla, poi li salutarono calorosamente, e s’incamminarono verso il paese luminoso e, in quel mattino, molto invitante, a differenza della sera prima, ma fatti trecento metri a Safaa venne un groppo in gola e sentì forte l’esigenza di prendere Quercia con sé, non si erano mai lasciate da quando erano fuggite insieme. Disse quindi all’amico che non se la sentiva di lasciare Quercia da sola e Nafis rispose scuotendo il capo in basso e guardando indietro con i suoi occhi brillanti, rispose: “Certo, Quercia deve stare con noi”. Tornarono tutti e due di filato indietro a prenderla, mentre Safaa gridava il suo Nome.
Quercia già aveva le orecchie ritte e fremeva di attesa impennandosi e nitrendo forte, e quando li vide spalancò gli occhi e sbuffò in modo tale che sembrò un grande sorriso.
Si incamminarono tutti e tre verso il paese: Quercia in testa tutta elegante che trottava con Safaa a passo svelto, appena dietro di lei e Nafis distanziato col suo immancabile andamento lento e incurante di rimanere indietro. C’era ancora un po’ di nebbiolina del mattino, ma man mano che salivano questa si diradava; il paese fortificato che emergeva da quella coltre li inquietava di nuovo un po’, ma la curiosità e la voglia di viverlo erano forti. Oltrepassarono un grande antico arco e continuarono a salire, la nebbia sparì e i raggi che filtravano dagli archi li dominò, insieme ad antiche mura che risplendevano con la loro storia, arte e messaggi che traspiravano da esse. Tutto era inaspettato, nuovo e quello che stavano percependo era inimmaginabile e non facilmente descrivibile: sensazioni addosso che gli cambiavano la pelle; il loro programma era cambiato d’un tratto, si aspettavano una cosa nuova, particolare, ma normale. Quando tutto andò oltre le loro aspettative, vennero catapultati in un’altra realtà, antica, in un’altra vita. Man mano che si avvicinavano al centro storico sentivano di entrare davvero in un vero Medioevo. Passo dopo passo osservavano con estrema attenzione le varie botteghe artigianali che incontravano: chi lavorava la paglia e costruiva sedie, chi batteva il ferro, chi lavorava la terracotta, chi operava su degli strumenti musicali in legno, flauti, arpe e violini. Safaa si fermò meravigliata dinanzi a un uomo col viso scavato, gli occhi in fuori e due baffi enormi che parevano nasconderlo insieme alla sua coppola, preso con tutto sé stesso a lavorare su un liuto. Visitò l’interno del suo laboratorio dove c’era di tutto e di più: sistemati ovunque c’erano organi, chitarre, violini, liuti e le pareti erano tappezzate di strumenti da lavoro e strumenti musicali. Ne rimase affascinata, lei che aveva passato un’intera giornata, da sola con Quercia in mezzo ai boschi, a costruire il suo flauto traverso, lo strumento che poi avrebbe suonato per molto tempo, parlando con esso, scrivendo note per esso, per se stessa e per le persone che avrebbe incontrato, costruito di fronte ai tramonti che aveva ammirato e contemplato, in quelle vallate boscose, esercitandosi poi in ogni momento, anche mentre camminava con Quercia che pareva ascoltare e ballare.
Dentro Safaa adesso montava la voglia di suonare e di esibirsi per le strade nella festa di San Venanzio, e voltatasi verso l’ignoto paese ricco di vita, con gli occhi sempre più vivi e luccicanti riprese spedita a camminare. Nafis e Quercia la seguivano l’uno a fianco all’altra. Ogni passo era una scoperta lungo l’ultima antica strada che conduceva al centro del paese.
Una ragazza seduta su uno scalino, con accanto il suo bambino piccolissimo, era tutta presa, e persa in una serenità palpabile, a disegnare con una matita una casetta di pietra immersa nelle nebbie in una vallata, una casetta con l’anima, che pareva avesse un volto che viveva, le due finestre erano gli occhi che guardavano chi la osservava.
Non riusciva a staccare gli occhi da quel disegno, da quella pace, nella conduzione di una maestria, una pace di tempi andati, non più rinvenibile nella realtà di questo secolo, una maestria avvolta da essa, senza tempo, senza fretta.
Il sapore del medioevo in quel paese era davvero forte, le vibrazioni della moltitudine delle persone che lo popolavano si facevano sentire, ognuna con i propri interessi, passioni, umori, e curiosità. Le persone esprimevano pienezza di vita e gioia, c’era chi lavorava per i preparativi della festa della sera, dei giovani che prendevano posizione con i loro strumenti nei vari angoli e piazzole delle strade, e altri che camminavano insieme, tutti presi dall’intenso movimento che andava aumentando di momento in momento. Nell’aria si muoveva un particolare fermento positivo, misto ad eccitazione; persino gli animali presenti, tra cui gatti e capretti, pareva che lo percepissero. Sulle finestre diroccate delle mura, dalle quali si vedeva il cielo, stavano dei gatti appollaiati che parevano sculture che dall’alto osservavano attenti la strada e i passanti, con una grande luna che li accarezzava, parevano essere i guardiani a controllare genti e forestieri, nel mentre Nafis, Safaa e Quercia passavano sotto di loro, gli elementi più curiosi di tutti agli occhi di quei felini, che pur sornioni, li seguivano con lo sguardo e poi con tutta la testa.
Arrivarono alla piazza centrale dove vi era una scalinata che conduceva al municipio, lì trovarono un vecchio ometto seduto con accanto due muli, era addetto all’assistenza dei forestieri e dei loro animali.
Dopo aver fatto conoscenza con questo signore, in modo inusuale parlarono con lui come fosse stato il loro nonno, si instaurò subito una piacevole empatia e gradirono la sua offerta di un caldo vin brûlé, ideale in quei momenti strani di approccio a tutta quell’energia di festa. Safaa al primo sorso ricevette un forte calore al petto e un gusto intenso che rapì ogni suo senso nascosto, restituendoglielo disvelato nelle mani. Mentre sorseggiava questa magica bevanda si confrontava con quell’uomo dagli occhi scuri e profondi e dalle rughe che parlavano della vita nei campi. L’uomo era abituato ai mille forestieri, ma, come mai prima, aveva visto in Safaa qualcosa di semplice e complesso proprio come era lui stesso, una semplicità talmente semplice da esser rara, ma non comprensibile dai più. I due ragazzi sentirono amicizia e confidenza con quell’uomo, ora oltre l’empatia, ora tutta l’umanità che si possa riconoscere in un uomo; fu una sensazione istantanea, poi lui si offrì di tenere e assistere Quercia per tutta la notte fino alla fine della festa senza chiedere loro un soldo.
Safaa contenta sistemò l’amica lì vicino in un punto tranquillo e isolato dal via vai della gente, la salutò fronte sulla fronte, poi i due ragazzi salutarono l’uomo con un brindisi al vin brûlé, come se con lui l’avessero fatto da sempre, e proseguirono la visita al paese. Sulla destra della piazza centrale alcuni attori e ballerine con abiti lunghi inscenavano canti e balli medievali che ancora incantarono Safaa, mentre sorseggiava le ultime gocce di quella pozione calda nata dall’uva fragola di quelle colline. Da lì partiva uno stradello lastricato fatto a balcone, con un muretto di cinta, panoramico, che circondava le mura del paese, da dove era possibile ammirare un panorama immenso, incantato, mozzafiato su valli e boschi baciato dalla luna piena di quella sera, propiziatrice di eventi unici; “panorama che a guardarlo rassicurava il futuro per i prossimi trent’ anni, sol ripensando a quel momento”, così pensò Safaa rinchiudendo dentro di sé una grande sicurezza, mentre ci si perdeva dentro con lo sguardo e con tutta la sua anima. Respirandolo, disse a sé stessa: “Il ricordo di questa immagine e l’energia che mi dà, mi terrà viva”.
Lungo quello stradello di pietre antiche, che costeggiava le mura medievali della città si erano sistemati venditori di varie antiche mercanzie, vestiti con tuniche medievali di canapa e cotone naturale, artigiani che lavoravano stupende pietre, collane, bracciali di argento grezzo, di corda lavorata con telai antichissimi e stupendi licci per battere il tessuto, poi bracciali di oro vegetale, ricavato da uno speciale grano brasiliano e bellissimi amuleti. Vi erano ragazzi e ragazze, anch’essi vestiti con abiti naturali dai colori tenui che riportavano la mente a tempi molto lontani, agli antipodi dalla società attuale, che in quel posto tutte le persone volevano dimenticare. Erano lì proprio con quello scopo; una società, quella attuale, che, per chi si trovava quella sera in quel luogo, aveva smesso di esistere.
Safaa e Nafis si soffermavano davanti ad ogni banchino e osservavano il tutto, dalla mercanzia agli occhi dei venditori e degli artigiani, poi scambiavano parole sui vari prodotti, e sugli aneddoti della vita che saltavano fuori da questi. Un proverbio di un saggio indiano d’America scritto su una tavoletta appoggiata su un muretto occupò mezz’ora di considerazioni tra i due ragazzi e la venditrice esile e dal sorriso radiante. Ad un certo momento si ritrovarono seduti ad ascoltare un violino in una piazzetta in cima al castello, senza sapere neanche come erano stati catapultati lì, forse era stato qualcosa di sciamanico.
Le loro, erano parole ricche e profonde, ma anche leggere, miste a riflessioni profonde e anche battute scherzose. Tutto poteva essere detto, tutto aleggiava, ma solo se autentico rintoccava i loro cuori. Safaa commentava il mondo di quella sera, fatto di armonia, di mercanzia viva, di suoni che arricchivano una serata che si stava facendo sempre più particolare, for se mistica, movimentata oltre ogni regola, cullata da balli di attori e ballerine su musiche di arpe e violini, antiche percussioni e musicisti in ogni angolo che suonavano uniti da un unico ritmo ed energia.
Ripresero il cammino, attratti ora da un suono più distante, avvolgente e si ritrovarono davanti a delle antiche scale che li portarono su una piazzetta ancora più in alto, dove c’era una rappresentazione teatrale con una ballerina vestita di panni chiari, dai capelli lisci, che faceva delle figure accompagnata da un violino suonato da una ragazza dai capelli corti tagliati in modo irregolare, che sembravano dei ciuffi, dei baffi sulla testa, una maglietta stretta a righe multiformi sbiadite e una gonna di canapa con scarponi da montagna. La violinista suonava e camminava tra le persone del pubblico ammaliate dalla musica dell’una e dai movimenti dell’altra ragazza; mentre questa insolita violinista suonava, camminava, guardava le persone negli occhi e talvolta sorrideva, quando, giunta davanti a Safaa e Nafis, si soffermò da loro a osservarli mentre continuava a suonare col sorriso sulla bocca. Safaa ricambiò il sorriso e tirò fuori dalla tasca una moneta che mise nel cappello posto al centro della piazzetta, quindi la ballerina si avvicinò in punta di piedi e fece un inchino a Safaa che a sua volta socchiuse gli occhi in segno di condivisione di un sentimento, un po’ come fanno i gatti.
Quel momento ricco di energia era condiviso da tutte le persone, era una ricchezza comune a tutti, una comproprietà che nessuno reclamava come propria, ma vissuta insieme l’uno con l’altro in una sorta di comunità spontanea; una comunità che da quella sera in poi non sarebbe più svanita, che rimase tale per sempre nel cuore e nella mente di tutti i partecipanti. Questo forse era lo scopo segreto, il senso, l’obiettivo di quella serata magica. Una verità via via acquisita da tutte le persone li presenti, anche da chi non la stava cercando, ma la meritava e poteva capirla: tutti coinvolti come in un rito.
In un momento in cui Nafis incrociò lo sguardo di Safaa, le disse:
“Questa è la città Verità; suona anche tu, dai! Tra- smetti la tua verità alle persone”.
Safaa spostò gli occhi lontano, sulle montagne oltre il muretto della piazzetta, occhi sempre più accesi dalla luna piena che smorzava la notte, ormai fonda e profonda, disvelandone i sogni. Vedeva lontano dimentica sempre più del suo passato, quelle persone della sua famiglia che la vedevano come lei non era, che pretendevano da lei un modo di essere da loro deciso, ma che non le apparteneva. Ebbene Safaa era molto felice di essere lontana anni luce da loro, non la toccavano più, non la condizionavano più, né la mortificavano più per la sua diversità e spontaneità, non esistevano più nella sua mente. Ora Safaa era sé stessa, aveva nelle mani la sua identità, un’identità non più rinchiusa in un recinto costruitole da altri. Poteva sentire l’amore, il motore del mondo, sentiva la vita, sentiva il valore delle cose e delle persone, che arricchiva l’anima, il valore dell’amicizia, forse esploso al mattino, predetto da Nadine in sogno.
Ora poteva esprimersi, esprimere sé stessa a tutti. Guardava lontano e sentiva le anime degli altri, unite alla sua dal calore della luna, dalle note degli strumenti, dalle eccelse e armoniose movenze della ballerina dall’abito chiaro che pareva angelicata. Gli abiti e le musiche erano solo un anello di quella grande catena di espressività, arte e scambi, ove le conoscenze, le informazioni essenziali, i pensieri trasportati da energia passavano da una mente all’altra, come in una sorta di rito segreto fatto di magia e telepatia; forse un rito di scambio del sapere e delle emozioni, per permettere alla vita di proseguire al meglio, nonostante i dolori dell’uomo moderno, un po’ come fanno le cellule in cerca dell’immortalità in un riprodursi continuo, trasmettendo alle nuove cellule le informazioni necessarie, rimanendo così sempre vive, le une e le altre, dalle une alle altre. Quindi Safaa riportò i suoi occhi sugli occhi esortativi di Nafis e continuando a guardarlo alzò il braccio e portò la mano dietro le proprie spalle, sul suo zainetto, impugnò il suo flauto e lo tirò fuori con un movimento come a brandire una spada di luce.
A breve la pubblicazione del cap. n. 10 "Le parole di Safaa"
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